I birrifici britannici contro Boris Johnson

A luglio aveva destato scalpore (per usare un eufemismo) la decisione del governo di Londra di aumentare le tasse verso i birrifici artigianali, già colpiti dalla pandemia globale. Il Tesoro aveva infatti annunciato delle modifiche alla Small brewers relief, un’imposta proporzionale alla quantità di birra prodotta che aiutava i birrai artigianali ad investire nelle loro attività, a creare nuovi posti di lavoro ed a competere in un mercato dominato dai grandi marchi internazionali. Un sistema che ha fatto la fortuna dei piccoli birrifici britannici negli ultimi vent’anni e che ora rischia di crollare. 

Stando a quanto annunciato dal governo, la modifica della Small brewers relief dovrebbe concentrarsi su un allargamento delle imposte ai birrifici al di sopra dei 2.100 ettolitri prodotti (prima si bloccava ai 5.000 HL), bloccando così la crescita di quanti speravano di aumentare la loro produttività. Questo, poi, si unisce all’indecisione del parlamento britannico sulle cifre, creando ulteriore incertezza in chi dovrà pagare di più, ma che non sa ancora quanto. 

Numeri alla mano, la Society of Independent Brewers (SIBA, per gli amici) stima che il 58% dei birrifici indipendenti vuole ritardare gli investimenti ed il 51% ha paura ad assumere nuovo personale. Questi dati dimostrano come i piccoli produttori di birra britannici vogliano ritardare la propria crescita per paura delle fatture a venire. In agosto, la SIBA ha lanciato una raccolta di firme per far prendere in considerazione una modifica all’aumento delle tasse che porterebbe alla chiusura di oltre 150 birrifici indipendenti ed alla crisi di almeno il doppio di questi.

Per alcuni birrifici l’aumento delle tasse potrebbe costringerli alla chiusura e per molti altri soffocherà la crescita […] Abbiamo bisogno che il governo revochi la decisione o pubblichi i dettagli delle loro proposte in modo da sapere chi sono i vincitori e i vinti, e di quanto”, afferma James Calder, amministratore delegato della SIBA, in una nota della società.

Alla petizione si è unita anche la voce della CAMRA (all’anagrafe Campaign for Real Ale), raccogliendo finora un totale di poco oltre le 46.000 firme, meno della metà rispetto alla soglia delle 100.000 necessarie per far si che il provvedimento venga discusso in parlamento. 

Ad oggi non sembrano esserci movimenti in quel di Londra, solo cupi nuvoloni all’orizzonte. Sarà la calma prima della tempesta o si risolverà con qualche goccia?

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