Maskeraad: una birra chiamata inganno

La produzione del Puhaste inizia come hobby nel 2011 nell’omonimo villaggio estone, per poi diventare un vero lavoro nel 2016, con il primo birrificio. Ad oggi, la produzione del Puhaste è esportata in molti stati e conta molte birre con etichette ed ingredienti molto originali e la Maskeraad (tradotto “mascherata”) vince sicuramente un posto tra queste. Dall’etichetta leggiamo che è una White Stout, ma in realtà nel bicchiere porta un abito ambrato, sotto uno strato di schiuma chiara e poco persistente. Sempre affidandoci all’etichetta sulla bottiglia, leggiamo che la Maskeraad è prodotta con ingredienti tipicamente amari come fave di Tonka, caffè e cacao… eppure sia all’olfatto che al palato, i profumi ed i sapori sono estremamente dolci, mentre l’alta gradazione alcolica segnata sulla bottiglia (10,5%) quasi scompare in questo tripudio di miele e vaniglia, facendosi sentire con un leggero torpore nel petto. Ora abbiamo capito il perché del nome di questa birra. 

La Maskeraad unisce una dolcezza disarmante ed una struttura poderosa in una bevuta incredibilmente equilibrata, da abbinare a dolci cioccolatosi o ad un dopocena per cui valga davvero la pena stappare una birra del genere.

Questa birra è un cazzotto alle papille gustative, ma ne vale la pena. Come a dire, ho preso un pugno da una ragazza, ma almeno ora ho il suo numero.

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