Roel Mulder ed i miti sul Lambic

“Olandese” è forse l’unica etichetta che può non andare stretta a Roel Mulder. Storico, scrittore, curatore di mostre, ricercatore, fumettista… tanti lati di lui al servizio della storia della birra, nella sua accezione meno banale. Visto il ritorno alla ribalta della scalmanata famiglia Lambic, le famose birre a fermentazione spontanea di origine belga, snobbate dal mercato internazionale prima degli anni ’80, si sono moltiplicati gli articoli di chi ha alimentato (volente o nolente) l’alone di leggenda che circonda questo genere e le sue varietà. Il buon Roel, però, è deciso a fare luce su queste dicerie e, presi trapano e cacciavite, è pronto a smontarle una ad una.

1 – Remy le Mercier scrisse la ricetta per il Lambic nel 1559

Questa frase è spesso citata come prova della longevità del Lambic, ma in realtà è un falso storico. Se è vero che tale Remy le Mercier (amministratore della città di Halle) scrisse un documento con diverse proporzioni di cereali per produrre birra, tra questi si legge anche l’avena, mai usata nel Lambic. Mulder uno, dicerie zero. Palla al centro.

2 – Breughel beveva Lambic

In molti hanno scritto che gli abitanti della Bruxelles del ‘600, anche nomi famosi come il pittore fiammingo Pieter Brueghel il Giovane, bevessero Lambic. Per quanto fosse probabile che la birra fosse diffusa tra le vie del Belgio, non si hanno fonti relative alla presenza del Lambic prima del 1794.

3 – Il Faro è derivato dal Lambic

Ni.  Il Faro ad oggi è conosciuta come una variante del Lambic (e di fatto ormai lo è), a cui viene aggiunto zucchero o sciroppo di caramello. In realtà questo stile di birra è citato da fonti antecedenti al 1794, prima, quindi, di sentir parlare di Lambic. Le prime testimonianze scritte si attestano al 1721, anche se una birra con lo stesso nome era già conosciuta in Olanda nel 1500. È quindi probabile che il Faro venisse prodotto come genere a sé.

4 – Non si sa da dove venga il nome “Lambic”

I tentativi di trovare un’origine del nome “Lambic” sono vari e disparati, dal latino “lambere” (leccare), al possibile legame con la città di Lembeek. Dalle fonti dal 1794 in poi, si usano le parole “allambique” o “alambic” con le “a” iniziali che mantennero il loro posto per altri vent’anni, circa. Probabilmente le birre di questo genere venivano paragonate al Jenever, una bevanda alcolica dall’aspetto molto simile al Lambic e distillata, appunto, in alambicchi. L’origine del nome “Faro”, invece, è avvolta nella nebbia del tempo. Il mistero su questo stile di birra rimane e si allarga.

5 – La creazione di Lambic è possibile (o legalmente consentita) solo a Bruxelles e dintorni

AHAHAHAHAHAHAHAHAH no. Per quanto l’area di Bruxelles sia il nucleo storico e geografico del Lambic, si hanno imitazioni di Faro belgi nell’Olanda del 1800. Per di più, non c’è alcuna legge che limiti la produzione di Lambic alla sola area di Bruxelles. Come disse Jean-Pierre van Roy, del birrificio Cantillon: “Sono sicuro che puoi preparare il Lambic ad Amsterdam o a Berlino… se segui le regole” e se sei abile abbastanza, aggiungiamo noi.

6 – La Gueuze è nata mettendo del Lambic in bottiglie di champagne

Stesso discorso che per il Faro. Ai giorni nostri, La Geuze è conosciuta come variante più frizzante del Lambic, poiché rifermentata in bottiglia. E di fatto è così, solo che non è nata in questo modo. Assodato che il Lambic in bottiglia rimane Lambic, senza mutare per forza in una Geuze, ci sono diverse prove che tra l’800 ed il ‘900 testimoniano l’esistenza di Geuze in botte. In origine “Geuze” indicava un Lambic invecchiato e più raffinato. Delle fonti fanno derivare questo nome dall’inglese “geyser”, probabilmente per via dell’elevata frizzantezza.

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