Il caso storico delle birre senza nome

I primi colonizzatori del centro America, per lo più inglesi e olandesi, portarono con loro le ricette e la volontà di produrre birra, ma trovarono non poche difficoltà nel coltivare o ad importare le materie prime per produrla. I superalcolici superarono in fretta il consumo delle birre e, anche se i birrifici non mancavano (il primo fu fondato da un olandese attorno al 1612), la rivoluzione americana del XVIII secolo darà ulteriore filo da torcere all’affermazione della birra americana. Thomas Jefferson, tra i padri della costituzione, vide la birra come un’alternativa più salutare da fornire alla popolazione rispetto ai superalcolici e per questo tentò delle piccole produzioni nella sua tenuta di Monticello, Virginia. Il fatto se Jefferson abbia fatto costruire o meno il piccolo birrificio ritratto in alcuni suoi progetti, è ancora avvolto nel mistero.

Nel 1800 il consumo americano di rum e whisky a persona era 10 volte superiore a quello della birra, mentre con l’arrivo del Proibizionismo nel 1920 si registra il fallimento di quasi la metà dei birrifici presenti sul suolo americano (circa 750 contro i 1300 di partenza).

Il successo della birra negli Usa arriverà solo verso gli anni ’50 con il massiccio impiego delle lattine, che fecero furore tra i i soldati di ritorno dalla guerra e tra le casalinghe. Intanto, però, i birrifici americani diminuiscono sempre più, con il mercato racchiuso nelle mani di grandi imprese che diventavano sempre più forti. 

E qui arriva, finalmente, il punto della nostra storia. 

Per consolidare l’esigenza di liquidità di questi grandi marchi, si iniziò sempre più a puntare alla quantità rispetto alla qualità, con il conseguente drastico calo di quest’ultima. Per questo si iniziarono ad accorciare i processi produttivi e prese piede il modello a fermentazione continua, dove il mosto entrava nel fermentatore da un lato e la birra finita usciva dall’altro, in un continuo processo apatico da catena di montaggio. Il livello dei prodotti scese al punto che, negli anni ’70, sugli scaffali dei market si iniziarono a vendere birre senza marchio, confezionate in lattine asettiche e standardizzate, recanti solo la scritta beer. Birre iper-economiche che rientravano a fatica nel concetto stesso di “birra”, visti gli ingredienti utilizzati per la loro produzione. Queste, infatti, a malapena contenevano il 50% di malto minimo richiesto dal governo. Ma non finisce qui. In questi prodotti così scadenti, infatti, si usavano additivi di ogni genere, come i sali di cobalto, lodati per la loro capacità di far gonfiare la schiuma. Queste sostanze altamente nocive furono impiegate per almeno un decennio, prima che i casi di chi si sentì male aumentarono al punto da non poterli più ignorare.

Il caso delle birre senza nome rappresenta un unicum nella storia brassicola, un evento con cui si registra il punto più basso del difficile processo d’affermazione della birra sul suolo degli Stati Uniti d’America. Toccato un livello così profondo, però, non si può fare altro che risalire. E se oggi possiamo parlare di un panorama birraio statunitense innovativo e dinamico, probabilmente, è anche grazie alle birre senza nome.

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