Anchor, il restyling fa discutere

Prendete un marchio di birra fondato in California nel 1871 da un immigrato tedesco. Prendete lo stesso marchio, ora tra i più iconici del movimento craft americano (anche se ormai proprietà della Sapporo da 4 anni). Prendete sempre quel marchio, che per festeggiare i suoi 125 anni decide di dare alle sue birre una veste grafica completamente diversa.

Ecco, ora mettete le cose insieme ed avrete un gran bel casino.

I consumatori americani e gli appassionati di tutto il mondo sono sul piede di guerra contro il cambio di abito dell’Anchor Brewing, storico birrificio californiano che dal suo boom negli anni ’60 ha sempre avuto una precisa identità stilistica per le sue etichette, con uno stile vintage che ha sempre riscosso grande successo nel pubblico.

La svolta stilistica dell’Anchor ha provocato la rabbia degli (ex?) appassionati, con le pagine social del marchio messe sotto assedio da legioni di consumatori e con i giornali americani che hanno dato risonanza alla cosa, pubblicando tweet inferociti sulla falsa riga di “125 anni buttati” e “prima il covid, ora questo”.

Uno dei restyling più brutti della storia, secondo il San Francisco Chronicle, scialbo e artefatto, secondo altri utenti. 

Possiamo dare la colpa di questo “peggioramento” stilistico alla perdita dell’indipendenza nel 2017? Ma no, quantomeno non tutta. In un mercato che si evolve all’insegna del minimal d’impatto, colorato ed instagrammabile, l’Anchor ha dovuto fare i conti anche con la necessità (o il capriccio?) di assecondare queste nuove regole commerciali, ritrovandosi con un’etichetta funzionale ma non empatica, secondo alcuni consumatori. Orribile, secondo altri.

Ma la vera domanda è: era necessario?

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