Non solo Covid: anche la Brexit manda in crisi la birra

Con l’approvazione dell’uscita del Regno Unito dall’UE da parte del Parlamento di Londra, sono molti gli ambiti in cui sono aumentate le difficoltà: dall’Erasmus per gli studenti, alla birra. Con l’aumentare della “distanza” tra il Vecchio Continente e le isole britanniche, sono aumentate anche le scartoffie burocratiche e si sono fatti molto più complicati i trasporti. 

La birra britannica, già piegata dal Covid, sta entrando in periodo critico, con un contraccolpo drammatico ed inevitabile su moltissimi birrifici e sull’intera filiera UK, senza dimenticare le ripercussioni che tutto questo avrà sul continente, sia per l’import che per l’export, non solo per la birra come prodotto finito, ma anche per tutte le materie prime gli ingredienti per produrla, con enormi danni a tutti i settori toccati.

Non è solo una questione di prezzi (con un aumento stimato tra il 7% ed il 10%): con la Brexit si profilano una serie di difficoltà anche sulle molte collaborazioni ed influenze, sugli eventi internazionali e, non ultimi, sui consumatori.

I problemi legati alla Brexit hanno colpito specialmente le realtà indipendenti, più piccole e meno solide per affrontare l’aumento di costi e difficoltà. Anche per questo, diverse realtà legate alla distribuzione (anche italiane), si sono ritrovate a fare i conti con ritardi, aumenti dei costi logistici e tempi di attesa esagerati. Per la distribuzione, lavorare con i piccoli birrifici sta diventando un problema anche economico: per limitare le spese, le società di distribuzione saranno obbligate ad importare dosi maggiori del medesimo prodotto, dovendo per forza rinunciare ad altri. A questo bisogna aggiungere alcuni problemi logistici legati al numero massimo di merci giornaliere permesso dallo UK, che, alla chiusura della dogana, rischia di lasciare file di camion in attesa, con un relativo aumento dei costi di trasporto ed il rischio che la merce si deteriori. 

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