Filippica soggettiva sulla birra analcolica e sui Tokio Hotel

Il Covid sta dimostrando che anche i colossi della birra mondiale stanno accusando il colpo: Heineken lascia a casa i dipendenti, Carlsberg, registra un calo dei profitti e delle vendite nell’anno della pandemia, e così via… Intanto molti grandi marchi, tra cui Guinness, Peroni e la stessa Heineken, si concentrano sempre di più sull’analcolico.

Iniziare un articolo parlando di marchi industriali e di birra analcolica: già sento i capelli che si rizzano in testa ad ogni beer lover che si rispetti. Volenti o nolenti esiste anche la birra industrtiale, e poi anche un grande filosofo come Sartre scriveva che bisogna conoscere qualcosa per fuggire da essa, per cui…

In America abbiamo parlato della Michelob Ultra che sta cannibalizzando il mercato delle birre light e zero, lasciandosi dietro marchi storici come Miller e Budweiser, i quali puntano anche loro all’analcolico. Nel nostro continente (ma, come abbiamo visto, non è l’unica zona del mappamondo in questo senso) si stanno sempre più affermando le birre analcoliche, con stime di mercato che predicono un valore di quasi 30 miliardi in meno di 5 anni. Che le birre “zero alcol” siano un salvagente per i grandi marchi?

Beh, si. 

Seguendo i trend di consumo mondiale diremmo proprio che è così, ed il caso della Carlsberg lo dimostra con le vendite del 2020 in calo per praticamente tutta la linea del gruppo, tranne che per le analcoliche (che fanno registrare un +11%, yuppie).

Che piaccia o meno, questa è la realtà: che si parli di welness o di chi non riesce a rinunciare al gusto del malto (per la verità abbastanza blando) prima di mettersi alla guida, le analcoliche stanno veramente spadroneggiando nel mercato globale, di fatto tamponando le perdite di fatturato dei vari colossi industriali nell’epoca del Covid.

Buon per loro, quindi. 

Non so voi, ma io credo di non aver mai bevuto una birra analcolica. Sapete no, è un pò come quando anni fa spopolavano i vari Justin Bieber, Jonas Brothers e Tokio Hotel, e tu, che iniziavi a padroneggiare Smoke on the water alla chitarra o sognavi di fare il deejay nelle meglio discoteche, manco li ascoltavi perché li bollavi a priori come una roba troppo “commerciale”. 

Penso che la questione delle birre zero sia quasi la stessa cosa: gli amanti della birra artigianale evitano l’analcolico come la peste, preferendogli una bella stout da 14,5 gradi e ciàpala. 

Non posso che essere daccordo.

Magari berrò un’analcolica, un giorno, proprio come ho provato ad ascoltare i Tokio Hotel… ma non credo mi piacerà, proprio come la band. 

[In copertina: Andy Warhol – 192 one dollar bills – 1962]
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