Nomikai: in Giappone il team building si fa bevendo (birra)

Per i giapponesi bere in compagnia è un’attività che permette di condividere un senso di solidarietà e socialità, ma questa pratica ha delle connotazioni diverse e ben delineate a seconda dei contesti, siano essi meramente sociali o professionali. Per quest’ultimo caso, proprio nel paese del Sol levante è stata coniata la parola Nominication, combinando il verbo giapponese nomi (bere) con la parola inglese “communication”. Questo termine si riferisce alla capacità di comunicare e legare empaticamente proprio attraverso una bella bevuta in compagnia, ed è un’arte di public relations molto importante e considerata nella cultura nipponica.

All’interno di un’azienda, lo scopo dei nomikai  (gli incontri di bevute) è quello di aiutare a costruire relazioni più strette tra colleghi di diverse età e ruoli, così come con i clienti. Questi nomikai tra colleghi sono abbastanza informali e si concentrano principalmente sul bere bevande alcoliche, rappresentando un’occasione molto importante ed abbastanza diffusa per fare team building. Rifiutare di partecipare ad un nomikai o essere scortesi in quell’occasione, avrebbe delle grosse ripercussioni sulla propria reputazione in azienda, mentre, al contrario, mostrarsi abbastanza brilli è visto come un segno positivo, dato che dimostrerebbe la qualità della compagnia.

La bevanda più apprezzata per i nomikai è proprio la birra, per lo più lager, in lattina. La birra, infatti, è una bevanda molto popolare in giappone, tanto che, stando al sito statista.com, la maggior parte dei consumatori giapponesi beve birra regolarmente, come dimostrato da una raccolta di dati nel febbraio 2019. Quasi il 20% degli intervistati, infatti, ha dichiarato di bere birra ogni giorno.

In Giappone il mondo della birra è in fermento (battutona, eh?) dato che solo di recente il movimento artigianale sta iniziando veramente ad affermarsi in un mercato monopolizzato da giganti industriali come Sapporo, Asahi e Kirin. Come riporta un reportage di Vice Asia, in Giappone la birra artigianale è chiamata ji bīru ed è protagonista di un mondo che ha fatto sentire i primi vagiti intorno al 1994, anno in cui si sono state allentate le rigide leggi fiscali che non permettevano ai birrifici di ottenere una licenza senza produrre almeno 2 milioni di litri l’anno. Con questa attenuazione, il numero di microbirrifici aumentò sempre di più, incentivando una percentuale di consumatori che ancora oggi continua a crescere. Nella sola città di Tokyo sono molti i brewpub che negli anni sono spuntati come funghi, e che propongono anche delle birre prodotte e vendute direttamente da loro, con pochissimo smercio al di fuori del proprio locale. Come riportano i publican intervistati da Vice, i primi birrifici furono creati in terra nipponica per lo più da tedeschi, ed è per questo che in Giappone vanno forte le basse fermentazioni, che, ancora adesso, sono alla base della maggior delle bevute in compagnia (pardon, nomikai), anche se sono ormai state raggiunte dalle IPA… a quanto sembra anche in Giappone vanno matti per il passion fruit. 

La birra, quindi, si sta facendo strada all’interno della società nipponica fino ad oggi, senza mai perdere il suo ruolo rilevante all’interno dei nomikai. Oltre ad essere un’ottima scusa per farsi una birra in compagnia, questa pratica è veramente fondamentale per approfondire i legami interni al luogo di lavoro… e per di più è un semplice (quanto efficace) pretesto per andare a fare turismo birrario nella terra delle ji biru.

Kanpai!

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