Perché è meglio non paragonare la ripartenza ai ruggenti anni ‘20

Come abbiamo riportato nell’articolo di oggi, gli analisti americani sono divisi su due diverse prospettive per la ripartenza: tra chi parla di grandi feste ed euforia generale, e chi invece è più pessimistico e prospetta un enorme utilizzo del delivery.

La domanda di fondo, però, è sempre la stessa: torneranno i ruggenti anni Venti anche nel nostro secolo?

Cento anni fa, facendo i conti con la fine della Grande Guerra e della pandemia di spagnola, l’Europa e l’occidente in toto hanno sicuramente vissuto un periodo di distensione sociale. Va però detto che, se alcuni parlano di una ripartenza in stile “Grande Gatsby”, si soffermano solo alla superficie del romanzo di Fitzgerald, rappresentata dalle mega feste in villa, fiumi di champagne e opulenza. Come riporta il National Bureau of Economic Research, però, l’economia mondiale ha conosciuto una fase di contrazione lunga quasi tutti gli anni Venti. A questo addizionate il senso di dissoluzione, di fatalismo e di angoscia nei confronti di un’esistenza insensibile, che diversi storici riconoscono a quel decennio. Non a caso, gli anni Venti sono stati anche il periodo di pubblicazione di “Essere e Tempo”, opera fondamentale di Martin Heidegger, che in queste sue pagine ha imbrigliato la crisi esistenzialistica che assoggettava gli intellettuali della sua contemporaneità. Il filosofo tedesco parla di un’esistenza (lui la definiva Dasein, esserci) gettata in una natura ostile e cinica, in cui l’uomo era lasciato da solo a confrontarsi con un mondo che gli era nemico.

Insomma, gli anni Venti non sono proprio il periodo migliore da usare come metafora per il post-Covid.

Certo, gli analisti che parlano di una ripartenza in “stile anni Venti” non pensano ad Heidegger, ma più ai grandi festeggiamenti che praticamente chiunque ricollega a quel periodo. Ma, aldilà di questo, sarà vero quanto dicono, oppure avranno ragione i loro colleghi che parlano di un maggiore uso del delivery rispetto alla consumazione nei locali?

Iniziamo col dire che, secondo noi, l’emozione ed il sapore di bere una buona birra in un pub o direttamente nel birrificio che la produce (magari anche facendo due chiacchiere con il publican o il birraio) non possa essere paragonata ad una bevuta da casa. Non è una questione di quale sia meglio o peggio, e neanche una questione di gusti: si gioca proprio in due campionati diversi.

Bere a casa può conciliare lo spirito, rilassare, può farci meditare meglio sugli elementi di ciò che stiamo degustando. Una birra al pub o in birrificio è un mezzo di convivialità, di risate e un’occasione per staccare dalla routine. Si può discutere su chi preferisca cosa, ma è anche vero che ci sono momenti in cui vorresti solo bere in santa pace ed altri in cui ti manca tremendamente perderti tra le spine della tua birreria di fiducia. 

Detto questo, la verità sta nel mezzo. Il dopo Covid non potrà fare a meno del delivery e dello smart drinking, ma, allo stesso tempo, i consumatori non possono prescindere dalla voglia di tornare nei loro locali preferiti. 

L’unica cosa certa è che sia meglio non rivivere un’altra crisi esistenzialistica come quella di un secolo fa. 

[In copertina: Edward Hopper – Automat – 1927]
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