Italia e Usa: 8.624 km di vicinanza

Stati Uniti e Italia, divisi da molte cose (tra cui una non indifferente massa d’acqua), ma accomunate da tante altre. Non ultima, la birra. Sia nei suoi lati più positivi, sia per quelli più negativi. I problemi legati alla carenza di lattine per i produttori artigianali, infatti, stanno colpendo sia gli Usa che il Bel Paese (seppure in proporzioni diverse); e, se le loro birre devono tanto all’Europa, la nostra tendenza all’uso dell’alluminio al posto delle bottiglie di vetro è senz’altro segnata fortemente dal movimento birraio americano.

Ma andiamo con ordine. 

Bisogna iniziare dicendo che le origini del movimento artigianale (craft) a stelle e strisce sono meno recenti delle nostre. Fino alla metà degli anni ’70, gli Stati Uniti non offrivano spazio alle birre di qualità, con diversi produttori impegnati in una corsa al ribasso mettendo in commercio anche delle lattine senza nome e senza marchio. Con la ferita del Proibizionismo ancora aperta e con molti americani che cominciarono a viaggiare in Europa con frequenza, aumentò sempre di più la presa di coscienza di cosa fosse la birra nel Vecchio Continente (in particolare in Inghilterra, Belgio e Germania) e quanto questa fosse distante dai blandi prodotti offerti dal mercato Usa. 

Per molti, il fautore del movimento artigianale americano fu l’Anchor Brewing (San Francisco, California) con il rilancio della sua Steam Beer nel 1971, ma gli americani dovranno aspettare ancora 8 anni prima di conoscere una vera e propria svolta in questo senso. Solo nel 1979, infatti, gli States legalizzarono l’homebrewing, e da quel momento il numero di americani che iniziarono a produrre birra in casa schizzò alle stelle. Da qui all’apertura di diversi birrifici, il passo fu breve.

In Italia, invece, le cose furono un tantino diverse, a cominciare dalle date a cui viene ricondotta l’origine del movimento artigianale: non dagli anni ’70 come in America, ma dalla metà degli anni ’90 (molti parlano precisamente del 1996). Nonostante un ventennio di differenza, anche noi, come gli americani, siamo stati affascinati dalle influenze belghe, inglesi e tedesche, oltre al fatto che, proprio come gli americani, abbiamo dovuto creare da zero una cultura della birra artigianale ancora inesistente. 

Nonostante le differenze storiche e la distanza geografica tra i due Paesi, Italia e Stati Uniti sono forse le due scene artigianali più attive e briose di questo particolare momento storico. Con buona pace delle tradizioni belghe, tedesche ed inglesi (da cui tanto si è preso spunto) la birra craft nostrana e quella a stelle e strisce stanno catalizzando la scena mondiale con le loro novità, con i trend  in continua affermazione ed infine con i loro prodotti che riscrivono la modernità con le loro grafiche, i loro profumi ed i loro sapori. 

Oltre a queste similitudini, la birra artigianale italiana e quella americana sono vicine anche nella loro accezione legale: per entrambi i Paesi, la definizione giuridica di “birra artigianale” è recente e simile. Negli States, la Brewers Association ha limato la definizione di birrificio artigianale includendo quelle attività che, tra le altre cose, mantengono una produzione inferiore ai 7 milioni di ettolitri l’anno (una cifra molto alta, che però rappresenta solo il 3% della birra prodotta in America, come specifica la stessa BA). In Italia, invece, una birra si definisce “artigianale” se non è microfiltrata o pastorizzata, e se è prodotta da un birrificio indipendente con una produzione non superiore ai 200 mila ettolitri annui. 

La birra artigianale accomuna Usa e Italia al pari di nomi come Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci. Poco importa la distanza geografica: entrambi i Paesi animano e fomentano il panorama brassicolo mondiale, e non hanno intenzione di smettere. 

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