La birra e i “vecchioni”

Inutile girarci intorno: la notizia più forte della settimana che si sta concludendo è stata senz’altro quella sui casi di sessismo nel mondo brassicolo americano. Certo, questo non è l’unico settore ad esserne vittima, ma a noi piace pensare di rileggere la contemporaneità (anche) attraverso la birra, quindi eccoci qua. 

Quando ci si schiera a favore delle donne vittime di atti di sessismo, di solito si leggono le storie di esempi di figure femminili del passato (più o meno remoto) che ad oggi sono un vero e proprio simbolo: sto pensando a nomi come Artemisia Gentileschi, Frida Khalo ed altre, anche se citarle nuovamente potrebbe essere un pò banale… o forse no? 

Bè, no. 

Direi che non sarebbe affatto banale ricordare che Artemisia Gentileschi ha intrapreso in vita una carriera, quella di pittrice, che nel ‘600 era ancora esclusiva degli uomini; non sarebbe banale ricordare che dopo essere stata abusata da Agostino Tassi, un collaboratore e protetto del padre di lei (anch’egli pittore), ha sopportato una lunga serie di processi e di metodi medievali (in tutti i sensi) per provare la veridicità delle sue parole, con il suo fisico esposto più volte alla vista di un notaio e non solo, e le sue mani strette nella morsa della tortura della sibilla che avrebbe rischiato di compromettere per sempre la sua professione di pittrice. 

Tra i soggetti più famosi dell’artista originaria di Roma, c’è quello legato alla vicenda biblica di “Susanna e i vecchioni”, dove la giovane donna viene accusata di adulterio, dopo aver rifiutato di concedersi a due uomini, in un processo ordito appositamente per mascherare la lussuria dei due vecchioni. Artemisia, nella sua rappresentazione di questo episodio, molto probabilmente ha voluto immortalare sulla tela l’oppressione subita dal Tassi, mostrando pubblicamente ciò che stava patendo.

Per tutta la durata del processo, Artemisia non ritrattò mai la sua versione dei fatti, e vinse la causa difendendosi autonomamente. 

Artemisia Gentileschi era analfabeta. 

Gli storici dell’arte concordano sul fatto che il dipinto di “Susanna e i Vecchioni” di Artemisia fosse esposto dal padre di lei per dimostrare ad amici e possibili acquirenti il livello di bravura raggiunto dalla figlia. Ma nessuno sembrò accorgersi del vero messaggio impresso su quella tela. Ci volle qualche secolo per far sì che tutto questo venisse a galla.

Tra gli ammiratori del dipinto di Artemisia, nessuno colse il grido d’allarme della donna, che durante il processo verrà anche chiamata bugiarda, così come Brienne Allan, manager della produzione del Notch Brewing di Salem, che ha aperto il vaso di Pandora ripubblicando le storie di abusi subite dalle colleghe del mondo brassicolo americano. Ora, però, sembra che il mondo abbia capito il messaggio dietro al dipinto della Gentileschi, così come il (medesimo) grido d’allarme dietro alle moltissime storie raccolte dalla Allan.

Vi sono davvero moltissimi altri i nomi di donne che si sono distinte nella storia dell’umanità e di certo non basterà un breve editoriale a raccontarle tutte, così com’è altrettanto certo che questo articolo non potrà cambiare ciò che è successo nel mondo della birra Usa o in moltissimi altri lati della quotidianità di diversi Paesi. 

Perché scriverlo, dunque?

Perché sebbene parlare di certi argomenti sia come camminare su una fune sospesa tra due grattaceli, questo è un tema che non può e non deve essere ignorato. Citare qui l’esempio ed il coraggio di Artemisia Gentileschi non vuole essere una voce buttata nel vuoto, ma un altro passo su quella fune.

[In copertina: Artemisia Gentileschi – Susanna e i vecchioni – 1610]
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