Birra artigianale positiva in Italia, le crafty provano a reggere il colpo

Il successo della birra artigianale del nostro paese non è così recente come le molte notizie positive di questi giorni farebbero credere. Anche il lato industriale del settore della birra captava questa potenzialità, tanto che da anni si sono affermate sugli scaffali dei supermercati le cosiddette birre crafty. Queste sono prodotti industriali che puntano su una comunicazione e su una brand identity basata sui valori del territorio a cui sono legate e con richiami a metodi produttivi di stampo artigianale. Per fare degli esempi concreti potremmo parlare della Ichnusa non filtrata o della Birra Messina, entrambe nate nel secolo scorso, rispettivamente a Cagliari e Messina ed ora entrambe proprietà di Heineken.

Le crafty rappresentano un’illusione di artigianalità, con i grandi marchi che si fondano su queste etichette per mantenere un appeal anche nei territori rappresentati. Proprio la territorialità è spesso rappresentata nelle etichette delle crafty, come a volergli dare valore aggiuntivo. La domanda ora sorge spontanea: le etichette crafty sono nate (ormai qualche anno fa) per provare ad arginare la spinta di quelle artigianali, oppure il successo delle artigianali deriva anche da chi vi si è avvicinato grazie al consumo delle crafty? Si tratta sostanzialmente del quesito dell’uovo e della gallina. Inevitabilmente le crafty sono più semplici da reperire per chi non conosce l’ambiente artigianale, ma anche per quei cosiddetti “beer nerd” che vogliono stapparsi una birra con gli amici senza troppo impegno.

Con l’accrescimento della presenza delle artigianali degli ultimi tempi, le birre crafty si preparano ad essere l’avanguardia dell’esercito dei marchi industriali, il frangiflutti su cui si abbatterà l’onda positiva del settore brassicolo italiano.

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