Riaperture: i pub scozzesi stanno finendo la birra

Sembra un ossimoro che un paese anglosassone, tradizionalmente accostato alla birra, come la Scozia stia finendo le scorte. Una notizia simile l’avevamo già data parlando dell’Inghilterra nei primi mesi delle riaperture, ma, come vedremo, le motivazioni sono differenti.

Se i pub inglesi stavano facendo i conti con un calo dei litri di birra disponibili a causa dell’enorme affluenza di clienti nei pub appena riaperti (ai tempi solo con tavoli esterni), oggi i media scozzesi ci parlano di ben altro motivo: il problema non sarebbe il gran numero di consumatori, bensì un blocco delle forniture. Dopo il periodo complicato che abbiamo passato tutti (tra lunghe chiusure, riaperture claudicanti e poco personale), la birra scozzese sembra essere vittima di un problema che si sta diffondendo in tutto il Regno Unito: la cosiddetta pingdemia, ovvero la “pandemia” di isolamenti dopo la segnalazione (il “ping”) dell’app di tracciamento dei contagi. Alla logistica della birra scozzese manca personale, bloccato dalla quarantena domiciliare. L’assenza di magazzinieri e autisti obbliga i produttori a non rispettare gli ordini, con la conseguente mancanza di scorte nei locali.

Il direttore della Scottish Licensed Trade Association, Colin Wilkinson, ha affermato: “Con l’allentamento delle restrizioni del 9 agosto speravamo in una sorta di normalità nel nostro settore, ma si è presentato un altro ostacolo sulla nostra strada verso la ripresa”.

Clienti a secco e publicans preoccupati: la mancanza delle consegne di birra fa sudare l’intero settore scozzese che si chiede quando inizierà veramente la ripresa.

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